Barry Lyndon, che trae la sua ispirazione dal romanzo picaresco di William Makepeace Thackeray, è il modo con cui l’uomo di 2001 Stanley Kubrick sceglie di entrare in connessione con il Secolo dei Lumi, rappresentandolo ben poco illuminato (a partire dal celeberrimo escamotage di girare a lume di candela) e già-morto, immobile come gli stupendi paesaggi ritratti dai pittori dell’epoca. Una riflessione, una volta di più, sul Tempo e sullo Spazio, con il cinema che ricorrendo alle arti (la pittura e la musica) si confronta con la Storia, e la sua fragilità.
È interessante annotare come Thackeray apra un romanzo picaresco non su un’azione o sul suo personaggio protagonista – quello a cui concede addirittura il nome nel titolo –, ma una collocazione concettuale dapprima temporale («Dai tempi di Adamo»), quindi spaziale («in questo mondo»), e infine sentimentale («non è stato commesso un danno senza che all’origine non ci fosse una donna»). E allora, ben prima della segmentazione possibile dell’opera in cerchi concentrici di pura poetica espressiva ed estetica, ecco che Barry Lyndon appare kubrickiano nelle radici più profonde, essendo il suo cinema sempre proteso all’analisi possibile dell’umano, ma attraverso le categorie di Tempo e Spazio, e ai conflitti che esse ingenerano nel loro rapporto con la razza vivente più fallace, ma anche la più stratificata e intelligente (e proprio per questo, verrebbe da suggerire, fallace). (Raffaele Meale, Quinlan)



