Introduce il film Gianni Lucini
A più di sessant’anni dalla sua realizzazione, Fino all'ultimo respiro continua a dare l’impressione di poter essere stato girato ieri. Non per una semplice modernità formale, ma perché è costruito come un organismo vivo, una danza instabile in cui il cinema riflette costantemente su se stesso. Dentro questo movimento si intrecciano citazioni e rimandi che non sono mai decorativi, ma costitutivi: Cahiers du cinéma sfogliati con naturalezza e musica - da Bach a Mozart - che attraversa il film come un controcanto colto e ironico. Non è citazionismo: è una dichiarazione di libertà, un modo di abitare la cultura senza gerarchie. Anche i corpi che popolano il film partecipano a questo gioco metacinematografico: Jean-Pierre Melville appare nei panni dello scrittore Parvulesco, mentre Jean-Luc Godard stesso si concede un cameo fugace, quasi hitchcockiano, trasformandosi in un passante che riconosce Michel e lo consegna allo sguardo della polizia. Il regista non è più invisibile: entra nell’immagine e ne rivela il meccanismo. Qui si compie uno dei gesti più radicali della Nouvelle Vague: dimostrare che si può continuare a fare critica anche dopo essere diventati registi - e, allo stesso tempo, che ogni film può essere un atto critico. Il cinema non come linguaggio chiuso, ma come pensiero in atto.
Girato a budget ridotto senza esserne danneggiato, l’esordio crudo e avvincente di Jean-Luc Godard ebbe un impatto rivoluzionario alla sua uscita nel 1960. Fissava quasi tutto il repertorio su cui si sarebbero fondati i successivi film del regista: un personaggio spaccone reso simpatico dalle smorfie da bullo e dall’autoironia (e portato alla perfezione dalla splendida performance di Jean-Paul Belmondo); l’attrazione per la bellezza e il tradimento femminili (l’indelebile Jean Seberg è l’archetipo dell’americana all’estero); l’imitazione del gangster movie americano, e un rapporto d’amore e odio con l’America in generale; i jump cuts usati in modo radicale, come una puntina che salti allegramente su un disco; e un debole per le citazioni letterarie, pittoriche e musicali, così come per gli aforismi originali. (Jonathan Rosenbaum, “Chicago Reader”, 23 ottobre 2003)



